Storia
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Data Inserimento: 20-02-2013
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Viene spesso definita la cittadina dai tesori nascosti. Prima della attuale denominazione i Greci la chiamarono Petra" ed i Romani "Petrus", poi il Cristianesimo nell'anno mille aggiunse "Sanctus Petrus" e poi "Sanctus Petrus Super Pactas". Ma il quadro interessante è il susseguirsi di dominazioni. La fusione della lingua con quella dei soldati stranieri che aiutarono il Conte Ruggero a scacciare gli Arabi diede vita al dialetto Gallo-Italico ancora parlato anche a Novara di Sicilia, a San Fratello ed in altre realtà dell'isola.
Immense ricchezze si troverebbero, sotterrate dai briganti, nelle caverne di Malopasso, murate da enormi rocce di marmo rosso smosse dai terremoti.
L'origine di San Piero Patti è antichissima. Le ricerche sono state in gran parte curate dal preside Giuseppe Argeri, le cui cronache riferiscono che fin dalla più remota antichità, nel luogo in cui sorge la cittadina che oggi conta circa 3600 abitanti, sui Nebrodi, una folta vegetazione copriva il territorio e li è ancora, in mezzo, una immensa e grandiosa montagna di roccia di granito rosso.
Gli antichi coloni greci lo chiamavano "Petra", mentre molti operai della antica Tindari, città fondata nel IV secolo a.c., e molti altri della antica Abacena, fondata anteriormente alla stessa Tindari, si recavano a San Piero Patti per ricavare armi, trarre legna e carbone.
Pure tutti i condannati all'esilio per colpa di gravi reati, trovavano rifugio nel territorio boscoso.
Che fosse abitato nel IV secolo a.c. è confermato da uno scritto del notaio Benfatta, conservato ancora nella curia parrocchiale, oltre che dal ritrovamento di vecchie caverne e di tombe, con vasi greci, nelle contrade Frassinello e Ospizio.
Nell'827 sbarcarono gli Arabi in Sicilia e dopo l'occupazione di molte città, giunsero anche nella valle del Timeto, il fiume che scorre nel territorio di San Piero Patti. Secondo quanto riferisce Fazzello, si stabilirono alla periferia del paese in una località che ancora oggi porta il nome di Arabite. 

Qui vissero come agricoltori, integrandosi con la popolazione ma anche scontrandosi per la diversità della   lingua, dei costumi e della religione.
Fu il conte Ruggero, nell'XI secolo a liberare la Sicilia e San Piero Patti dai saraceni.
Tra le numerose battaglie, quelle combattute nel territorio di San Piero Patti nelle località Capitan d'armi, fra i territorio di Librizzi e quello di Piano Campi e pure nella contrada Vinciguerra, dove il conte guerriero riportò una strepitosa vittoria.
Fu celebrata per ringraziamento una messa solenne su di un gran sasso a forma di altare che ancora esiste, ed è stato chiamato pietra dell'altare.
Il conte, compiuta l'impresa di liberazione, edificò a San Piero Patti fondando tra l'altro il vicino comune di Raccuja e ad un chilometro da questo eresse, nella località di San Nicolò del fico, un grandioso monastero affidandolo al culto dei monaci di rito greco dell'ordine di San Basilio.
Ruggero, che ebbe l'aiuto oltre che dal fratello Roberto il Guiscardo anche del marchese del Monferrato, diede sistemazione agli uomini inviati da quest'ultimo, assegnandoli alle comunità di San Piero Patti, Novara di Sicilia, San Fratello e Randazzo.
Fu dopo la liberazione della Sicilia che San  Piero Patti divenne di dominio regio, passando dopo qualche tempo al dominio feudale, trasformandosi in un piccolo stato così come era avvenuto in gran parte dell'Europa per opera di Carlo Magno.
Così, si susseguirono quattro importanti dominazioni: quella degli eredi del giudice Giovanni De Manna, dei baroni Orioles (ancora oggi esistono eredi), dei baroni Caccamo imparentati con gli stessi Orioles e, infine, dei principi Corvino.
Dopo la dominazione degli eredi del giudice De Manna, il re Federico II di Aragona, con privilegio emesso a Milazzo l'8 maggio 1297, dichiarò di regio demanio il Casale di San Piero con tutto il suo territorio e l'assegnò a Berengario Orioles, dando origine ad una dinastia che si chiude con Francesco Paolo Corvino Filingeri, morto nel 1832 e possessore anche, oltre che di San Piero Patti, delle terre di Mezzojuso.
Nel 1356 si inserisce nella storia delle dinastie la venuta a San Piero Patti di re Federico III d'Aragona e l'episodio viene ancora oggi ricordato dalla cittadina in maniera solenne.

Qualche anno prima gli abitanti si erano ribellati ai baroni Manfredo e Giovanni Orioles per le angherie subite ed avevano ucciso Giovanni mentre Manfredo si trovava fuori dal castello preso d'assalto perché era andato a visitare il feudo di Raccuja.
Il re pensava di trovare un paese ostile ancora in rivolta con l'uso delle armi. Trovò invece un paese in festa che gli giurò fedeltà.
Il re rimase tre giorni nel castello cittadino e da lì emise tutta una serie di editti indirizzati alla gestione della intera provincia messinese.
Debiti e ipoteche estinsero le varie dinastie baronali, mentre l'avvento del periodo borbonico diede tranquillità economica e i prodotti della terra cominciarono a diventare di proprietà di chi effettivamente la lavorava.
La tranquillità di questo periodo storico veniva spesso interrotta dalle scorrerie del brigantaggio che aveva preso posto nelle caverne della zona appunto denominata "Malopasso" e divenute deposito di refurtiva.
Si dice che in quella zona vi siano nascosti grandi tesori ma che non possano essere prelevati perché coperti da gigantesche rocce crollate a seguito dei terremoti.
Il periodo garibaldino reclutò a San Piero Patti tanti volontari tra cui anche lo scienziato Giovanni Gorgone, pure fondatore della clinica chirurgica e del gabinetto anatomico-patologico presso l'Università di Palermo, che con tutta la sua scuola scuola istituì e diresse un ospedale da campo a Milazzo per soccorrere i soldati che parteciparono a quella impresa.
Dopo la cacciata dei Borboni e l'annessione all'Italia comincia la tremenda crisi per il sud, mentre Palermo chiude le sue industrie (per non riaprirle mai più).
San Piero Patti si spopola con flussi continui d'emigrazione soprattutto verso l'America. La violenza per domare le sommosse nell'isola sono tramandate anche nei "Ricchi e poveri" di Luigi Pirandello.
La miseria perdurò fino al periodo del fascismo facendo scrivere a San Piero Patti altre tremende storie di terrore tra cui la morte dei comunisti Mamorio e Lauria, assassinati nella piazza San Pietro dalle squadre nere.
Con l'epurazione e l'invio al confino dei fratelli Romano, alcuni di essi mai più tornati, dei fratelli Mastrantonio e di tanti sui quali la storia, impietosa, non ha ancora scritto e narrato.
Una resistenza viva e vera contro la miopia dei gerarchi cittadini, non condotta all'ombra dei carri armati angloamericani, manifestata attraverso una guerriglia in pieno regime e conclusasi, ad opera di giovani come Giuseppe Gorgone, Emilio Fede, Giuseppe Albana, Peppino D'Amico, Pietro De Luca e tanti altri, in un plebiscito a favore della Repubblica e contro la monarchia.
Nelle teorie referendarie veniva portato avanti il discorso di un auspicato partito unico dei lavoratori in cui si sarebbero dovuti identificare le grandi forze progressiste del tempo e il tutto dopo la soluzione della questione referendaria.
Per i più sarebbe dovuto nascere dunque non una sinistra divisa, ma una grande forza che ricalcasse le orme del laburismo inglese.
Vinse allora il partito repubblicano con uno scarto di circa mille voti.
Fu proporzionalmente il primo paese della Sicilia, mentre si indicavano al classismo dominante della San Piero Patti proletaria, che insieme sarebbero potute coesistere, le teorie gobettiane, gramsciane e mazziniane nel sogno politico che avrebbe unito una classe operaia fino allora umiliata e con tanta sete di riforme.
Gorgone poi militò nel PCI e divenne Sindaco nel 1952, rifiutò di celebrare Stalin, mentre l'Italia comunista alzava le bandiere rosse. Fu poi Girolamo Li Causi a decretare la conclusione della esperienza politica del Sindaco nato dalla rivolta repubblicana. Gorgone in un memorabile comizio pubblico venne poi definito "come una foglia che si stacca dall'albero: la foglia muore ma l'albero continua a vivere"

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